L’Inconnu sur la terre

Mi riservo di dire. Dico con riserva. Uso le parole di riserva. La riserva di parole è in riserva. O sono io, che dovrei andare a fare rifornimento al distributore? Dove si fa rifornimento di parole? Non so come lo sento, ‘sto motore. Non è che s’inceppa. No, è che certi giorni fa: scinne e fattéll’a ppère. O va, o non va. Mi lascia sulla soglia. Davanti un fuori pieno di silenzio e di sole, dietro un dentro pieno di carta e parole. Siccome un po’ di sole in certe ore del giorno arriva anche fin sulla porta, succede che spesso non mi muovo da lì. Allungo un braccio dentro, arrivo a prendere carta e penna o un libro, mi siedo sotto lo stipite e ci resto. Col sole addosso, sulla testa e sulle parole. Altri giorni invece le mollo lì, prendo un treno e me ne vado da qualche parte a guardare quello che capita, e per un po’ non mi faccio trovare, persa nell’onda di piena della luce tra le undici e le due.
 Scendo a una fermata a caso, in mezzo a una pianura marrone, molle, dove le scarpe affondano rompendo una crosta sottile prima di trovare la morbida pancia umida del mondo. Ci sono, ci sono. Ho un peso da posare sulla linea dell’orizzonte, che bello, non su una sedia, su un tavolo, su un pavimento, su un letto. La geometria non tiene, qua in mezzo. Non c’è niente di dritto in questo posto, sentirsi accolti è facile, è ovvio, va bene, e no anzi: è così e basta. Non c’è niente di dritto qui, e per questo si sta proprio bene. Ma di cosa mi stavo preoccupando, non so. Se il mondo è ancora così morbido si può ancora fare. Fare cosa? Boh. Qualsiasi cosa sia, su questa terracarne si può ancora fare. Tipo: dire. Rispondere a una domanda quando te la fanno. Ecco, se sotto le suole si rompe la crosta, se basta il peso – questo peso, non quel numero sull’affare bianco che sta nell’angolo accanto alla doccia – per arrivare alla carne umida e morbida della terra che però ti sostiene senza farti sprofondare, allora sì, se arriva una domanda si può anche rispondere senza che ne venga fuori nulla di brutto, nulla di male. Si può fare, si può ancora fare. Il peso, questo peso è una benedizione. Vuoi vedere che affondo anche se mi tolgo le scarpe? Non ci credi? Guarda. Una, due, ecco. Anche i calzini, via. Ecco. Fa solletico sotto i piedi, pizzica la terra che si rompe. Mi lascia entrare lo stesso. Vedi?
Una volta ho camminato nella terra con una persona che senza le scarpe non affondava. Era così leggera  che senza le scarpe la terra non la lasciava entrare. E siccome eravamo lì apposta per quello, ci restò male. Forse non le piaccio, pensò. Però dai, adesso cammino nelle tue impronte, disse con un sorriso, come quando leggi una storia scritta da qualcun altro. Ma la sua gioia era ormai spezzata. E anche la mia.
Ma era così tanto tempo fa. Una o due persone fa, almeno. Nessuna sorpresa.

 Oggi la terra è umida e molle, esattamente come allora. E il sole pure, alto, e caldo. La luce, che a ondate si rovescia sulla pianura dove niente è dritto, non ci tiene a sottolineare nessuno spigolo, stamattina, ma solo a far luccicare il didentro di ogni recipiente che mi si apre sotto i piedi, e a fare più intensi gli odori, che al sole sanno più forte, più forte… più forte sa la terra secca e quella bagnata, e l’albero spoglio più in là lancia fin qui il sentore della corteccia, mentre io stessa spando quello della lana calda del maglione, della pelle, dei capelli. Non ci sono parole qui fuori. Di quelle che mi porto dietro, nessuna si trova qui. Qui ci sono solo luce e terra. Luce e terra. Terra, terra, terra. Terra sui pantaloni dalle ginocchia in giù. Nemmeno un filo d’erba. Le scarpe con dentro i calzini, tenute con due dita di una mano, mentre l’altra è libera. Il giaccone, appallottolato laggiù, lontano lontano, dove finisce (o inizia… insomma, sulla soglia) il campo. Vado dove voglio. Dove vado? Di qua, poi di qua. A ogni passo si apre la terra, ancora, e ancora, non so se è bello o fa male, non lo so e non smetto, non posso smettere, vado dove voglio e sono un aratro, vado dove voglio, vadodovevoglio e mi chiedo: chedirezioneprend… e muore senza manco il punto interrogativo, la domanda, ché qua è solo tutto marrone, una enorme distesa marrone e la direzione me la sono persa, m’è caduta da qualche parte, forse l’ho lasciata in stazione, non so, ma tanto a che serve, ché qua è così grande che vado dove voglio, qua, qua e poi qua, e poi là, e la terra si rompe e mi lascia passare, e il sole si fa così caldo che pesa, nemmeno c’avessi due mani di luce che mi spingono verso il basso posate sulle spalle.
 Ma c’era quella storia. Il ragazzino, sconosciuto, che amava la luce crudele, accecante dei giorni d’estate, che nel bianco di quella luce saltava a piedi uniti sulla sabbia per separare l’ombra dai suoi piedi. I piedi ricadevano sulla terra e l’ombra nera si riattaccava ai piedi, e lui la guardava ridendo. Ommadonna, come ho fatto a dimenticarla? Cammino, un passo dopo l’altro ed ecco, adesso lo faccio anch’io, sì, che unisco i piedi e hop-là, hop-là, hoooop-là, hop-laaaaaà, e uh, la terra profuma ancora più forte, perché sotto i piedi si aprono recipienti ancora più grandi, e – hop-laaaà! – anch’io profumo più forte, e cosa sono allora, hop, cosa sono stamattina, laaaaà, cosa sono stamattina, un coniglio, un pesce, un sasso, cosa, cosasono, e cosa sei tu, e guarda l’ombra che si stacca, perché sì, che si stacca, è vero, e chi l’avrebbe mai detto che dopo tanti chilometri ti saresti messa a saltare sulla terra a piedi scalzi, così, senza parole, senza se e senza ma, che ti sarebbero volate via di mano le scarpe, libere, via, via libere anche loro, che ne hanno fatti di chilometri anche loro e pure nel vomito sono passate, e ora stanno là, libere, per una volta non appaiate, una di qua e l’altra di là ma sempre compagne, come dicono nel dialetto qui vicino, che sono vecie compagne, dopo un volo che le ha scollate anche loro dalla loro ombra, per una volta, per un momento, mentre tu fai i tuoi esperimenti di gravità e ti senti leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante fino a non. Poterne. Più.

*

Ti ha svegliata la curva che la strada ferrata fa subito prima di entrare in stazione. Non ti ha visto nessuno, ma dalle ginocchia in giù sei marrone, e intorno a te c’è odore di terra bagnata, di te e di sole. E radici dentro le scarpe, che un po’ ti dispiace di dover lavare via una volta arrivata a casa. Ma che ne sapevi tu? No, è vero, ammettilo. Che ne sapevi. Non lo conoscevi, questo.

E da che parte del finestrino stavi?
Neanche questo lo sai.
(torna alla riserva, va’)

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4 Commenti a “L’Inconnu sur la terre”

  1. cometacaduta ha detto:

    Se si potessero favorire i post…

  2. manuelcalavera ha detto:

    il contadino ti sta ancora cercando, forcone in resta.

  3. keroppa ha detto:

    Cometa, Esimio: la faccia mia sotto i piedi vostri. E vi potete anche muovere.

    Calave’: lei ha centrato il punto. Ma… sssh, me vuo’ fa’ passa’ nu uajo?

    (certo che se non avessi avuto già in tasca un certo biglietto che recava impressa la data del giorno successivo, col cavolo che…ehm.)

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