Angolo di Appia Antica (sesta parte)

C’era una volta il Regno del Vetro.
Nascosto sotto alti capannoni dal tetto trasparente, era un regno scintillante, popolato da alchimisti, governato da maghi con la erre moscia depositari di una segreta eredità linguistica tale da poter declamare la Chanson de Roland o dare della meretrice alla madre del proprio interlocutore con eguale seducente delicatezza. Ma i maghi venivano da un paese che stava al di là delle montagne, e facevano visita agli alchimisti di questa terra dove si parla con una lingua che ti prende continuamente a schiaffi solo di tanto in tanto: come ogni mago che si rispetti, proferivano parole e formule che modificavano la realtà (degli alchimisti), davano di quando in quando un’aggiustatina qui e una là all’ordine delle cose, dopo di che alzavano i tacchi e se andavano così com’erano venuti. In pompa magna.
Altrove nel mondo e in altri tempi, si sa, ‘mago’ e ‘alchimista’ sovente erano parole che si sfioravano, talvolta erano addirittura sinonimi l’una dell’altra. Ma questo era il Regno del Vetro, e qui le cose andavano diversamente… paese che vai, usanze che trovi, no? I maghi qui non erano gli alchimisti né viceversa, e i due ruoli, anzi, venivano sempre mantenuti nettamente distinti, bizzarramente ed ironicamente separati da una perfetta, purissima lastra di float glass.

 Dopo ‘o campusanto, stava il Regno del Vetro. A un certo punto finivano cortili e masserie, e andando verso Maddaloni sulla sinistra faceva la sua comparsa il Villaggio Saint Gobain con le sue villette con giardino circondate da cancellate color verde bottiglia, e alle sue spalle la torre dell’altoforno degli anni ’40, gli enormi capannoni dei reparti della Composizione, e il lunghissimo, affusolato dito della ciminiera del float, fiore all’occhiello della produzione locale. Attraverso il vetro che gli alchimisti fondevano sotto quella torre in tanti, forse, hanno rimirato un paesaggio almeno una volta nella vita: da lì venivano infatti i finestrini dei treni che viaggiavano sulle rotaie di tutto lo stivale.
 Quando mio padre mi raccontava, da bambina, cosa si faceva laggiù, in quel regno lontano che distava solo un paio di centinaia di metri da casa mia, stavo ad ascoltarlo con gli occhi spalancati, mi dice oggi che sono cresciuta, mitragliandolo poi con milioni di domande. Lui non capiva bene perché mi sembrasse tanto incredibile il funzionamento di un altoforno, eppure non mi negava mai quel racconto ogni volta che glielo chiedevo, ancora, ancora e ancora. Forse lo faceva perché, prima di tutto, lui era il primo a subirne il fascino.
Mio padre non era un alchimista, e neanche un mago. Faceva piuttosto parte di quella lunga catena di esseri umani che stava nella lastra che maghi e alchimisti separava, nel mezzo, come uno dei tanti elementi che compongono il vetro e ne determinano il colore, la trasparenza, la resistenza. Come contabile, in pratica del Regno del Vetro faceva e non faceva parte, stava in Amministrazione, e l’ufficio dove lavorava si trovava infatti all’ingresso, alle spalle della portineria dello stabilimento, simbolicamente sulla soglia del Regno stesso. Lavorava con i numeri che riguardavano sia i maghi che gli alchimisti, e sebbene questo possa far pensare ad una più marcata somiglianza con i primi, in realtà lui si sentiva più affine ai secondi, dei quali alla fine condivise anche il destino.
Il fatto è che al mio curioso genitore l’altoforno piaceva molto. Ci andava ogni volta che poteva, e con il tempo tra gli alchimisti aveva trovato degli amici… erano in tanti, con loro stava bene, e insieme si divertivano molto, da quel che ho potuto capire in seguito. Così, letteralmente a conti fatti, se durante la giornata aveva una mezz’ora libera la trascorreva là tra gli amici che facevano quelle enormi lastre trasparenti lunghe settanta metri e larghe tre, andava a veder fondere la pasta vitrea a millecento gradi, andava a veder fare il vetro tirato e quello galleggiante, e poi stava a studiare il taglio sui banchi a cuscino d’aria, la molatura, la tempratura, la stratificazione. Ma, soprattutto, gli piacevano i Guardiani del Fuoco, gli alchimisti che si prendevano cura dell’altoforno che doveva restare acceso tutto il giorno, tutti i giorni di tutti gli anni.
Non mi sorprende quindi che sia questo il ricordo che più vivido mi resta dei racconti di mio padre: la grande, enorme, bianca fiamma chiusa nel cuore della torre dell’altoforno che doveva restare sempre viva, sempre viva, sempre viva, e gli uomini che perennemente si affaccendavano intorno ad essa anche quando tutto il resto del mondo era fermo, tipo ad agosto o a Natale, a prendersi cura della loro concreta, potentissima divinità. Non che fosse del resto esattamente un dogma, no, una più che plausibile spiegazione che avrebbe retto a qualsiasi esame critico c’era, ma a me non importava… non quanto mi importava l’incredibile mestiere di quei signori che non si staccavano mai dalla loro fiamma, nemmeno per un minuto, perché il concetto di turnazione non mi era ancora molto comprensibile e quindi, se c’era un lavoro che andava svolto sempre, io pensavo che ci fossero persone che lavoravano sempre. Se la Grande Fiamma Bianca era sempre accesa, i suoi Guardiani erano sempre lì. E basta. Così me l’immaginavo, questa grande luce dalla voce terrificante che entrava dalle finestre dell’ufficio di mio padre nei giorni d’estate in cui, dopo la fine della scuola, mi portava con sé finché mia madre era ancora al lavoro, ed io troppo piccola per restare a casa. Così me l’immaginavo, perché nonostante le mie continue richieste mio padre fu sempre inflessibile nel suo rifiuto di portarmi a vederla, perché tu non ti rendi conto di quanto può essere pericolosa, è irrequieta, se si innervosisce fa delle scintille che ti bruciano la faccia, e le visite inopportune qualche volta la fanno innervosire. E allora restavo a disegnare nell’ufficio di papà accanto alla finestra con nelle orecchie il rombo del fuoco dell’altoforno che riempiva l’aria di luglio e cancellava le cicale, e al centro della mia fantasia prendeva forma questa luce bianca terribile, scontrosa, pericolosissima eppure degna di tante cure da parte di uomini che per lei erano disposti a non dormire mai. Le si consumavano intorno, forse, i Guardiani del Fuoco, fino a lasciarsi divorare? Dove finivano, una volta esaurito il loro compito, i Guardiani?
Non feci mai questa domanda a mio padre.
Da bambini il più delle volte non si vuol sapere dove finisce una storia, ma piuttosto come

continua

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2 Commenti a “Angolo di Appia Antica (sesta parte)”

  1. manuelcalavera ha detto:

    li cremavano, forse. o trascorrevano una tranquilla vecchiaia come alari di qualche caminetto cadorino.

  2. keroppa ha detto:

    Mica male. Chissà. Oggi mi ritrovo a pensare a loro anche in forma di susuwatari di nipponica memoria.

    In ogni caso, mi saluti allora tutti i camini che le capita di incontrare in Cadore, ché al Sud di alari, sa, ne sono rimasti ben pochi.

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