Di Acqua, Tempo e Buongiorno – La Porta del Nord Est

  Farsi acqua nel territorio.
Adattarsi al paesaggio, alle curve, alle asperità, correndo veloce sui pendii o allargandosi lentamente sulle pianure, senza fermarsi. Ancora, fluire senza fretta come corrente nelle oscillazioni di una marea più grande. Senza fretta. Per tutto il tempo che ci vuole. Gocciolare, qualche volta, se necessario. Con gli occhi, con le orecchie, con le mani piovere sulle cose per far sì che anch’esse inizino a piovere… dentro.
Filtrare? Forse, pure. Fino a non riuscire più a distinguere contenente e contenuto, significante e significato, Parole e Cose. Ché il paesaggio sia involucro… no, che sia recipiente per la coscienza, perché ogni paesaggio ci riceve – sempre – interamente, interi e integri, senza chiederci di mutare la sostanza di cui siamo fatti. E’ contenitore capiente, lui. E acqua limpida, disponibile anche se irrequieta possiamo essere noi quando veniamo a contatto con un altrove. Con un nuovo contenitore.
 
 Con il tempo, viaggiare è diventato questo. Un giorno il piano della Terra e la linea dell’orizzonte si sono inclinati e sono scivolata fin laggiù, nel Nord Est. Dal punto in cui mi trovo, equivale a ritrovarsi davanti ai piedi una discesa di circa seicento chilometri, fino al punto in cui si piega dolcemente verso sinistra per altri duecentocinquanta, più o meno. La prima volta in cui vi misi piede, un casello autostradale mi fece da porta d’ingresso e lì trovai la prima, impercettibile misura del cambio di territorio: una finestrella scorrevole si aprì, l’intero braccio di un casellante si sporse, libero, in maniche di camicia perché era maggio, accompagnato da un sorriso e un non timido, non brusco, non irritato "buongiorno!". Sì, così, con il punto esclamativo. Niente vetro blindato, niente scomodissima fessura in cui infilare i soldi – quella bocca gratuitamente ingrata che da noi ti sputa in faccia i tuoi soldi quando c’è vento e sei completamente a corto di spiccioli – niente… solo una mano tesa, pronta a raccogliere con cordiale neutralità il pedaggio dovuto.
Risposta del cuore immediata: "Grazie! Buona giornata!". Anche se non ci sarebbe stato motivo da parte mia per ringraziare – almeno secondo il mio interlocutore.
E infatti: "Ma grazie a lei. Altrettanto! Mandi!". Sorriso. Sorriso.
Il mio, però, lo tenni stretto e me lo portai via, fino a destinazione.

 Ma chi sa perché certi dettagli possono far tanto bene alla salute?

 [Voce dal fondo, si fa avanti]  Io! Io lo so.
Succede che certi dettagli ti fanno bene quando in vita tua al casello non hai mai scambiato una parola – che fosse una! – con la persona che ritira il pedaggio. Succede quando, se ci pensi bene, ti accorgi che con un casellante non hai mai nemmeno scambiato uno sguardo, perché in effetti per te il casello è il palmo di una mano che emerge dalla tendina verde che copre quasi del tutto il solido vetro dietro il quale lavora forse un essere umano che deve proteggersi da rapine, bestemmie, insulti. Forse… perché, se c’è (e non è scontato), dalle tue parti il casellante comunque non si vede. [si ritrae e svanisce, così come era comparsa]

Per me allora, si capisce bene, quel nuovo genere di casellante ebbe l’effetto sorpresa di un regalo inatteso.
Che terra era mai questa, quindi, dove al casello non si lavorava sotto vetro e dove gli impiegati restituivano il saluto, e nemmeno in maniera troppo meccanica? Mah.
Anche se ben disposta, mi sentivo comunque molto spaesata, questo è certo: sapevo solo dire ciò che quel posto non era, quel che non vedevo o quello che non capivo. Ma ormai c’ero, ero lì e in quel paesaggio iniziai ad entrare… in punta di piedi, però, perché mi sentivo fuori posto. S-paesata, l’ho detto.

Mi guardai intorno: pianura, che lontano a sud si confondeva con il mare, e circondata a nord ovest da un abbraccio di monti celesti ed alti dal profilo non dolce, non ondulato, e forse neanche molto accogliente, che faticavo a farmi entrare negli occhi tutto in una volta. Già. Eppure avrei dovuto saperlo, che quello dell’acqua è un lavorìo lento… paziente… lungo…
Avrei pur dovuto intuire che l’acqua solo lentamente riesce ad arrivare in profondità, o negli strati alti dell’atmosfera. E che non è l’acqua a decidere il momento in cui questo avviene. Eh, no. In questo caso ci vuole il concerto di entrambi, del contenente e del contenuto, e finché uno dei due resiste all’altro… niente. Non si va da nessuna parte.
Anche questo avrei scoperto, sì, ma con il passare del tempo. Con il tempo, solo con il Tempo. Il Tempo che ci vuole.

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Un Commento a “Di Acqua, Tempo e Buongiorno – La Porta del Nord Est”

  1. Totentanz ha detto:

    Dovresti fare un discorsetto con me e Sasà, cominceresti a vedere i casellanti dell’autostrada in una nuova ottica.

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